Secondo appuntamento del nuovo ciclo di incontri dell'Europa sul sofà
Professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali nel Dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena e Cattedra Jean Monnet in Storia dell’integrazione europea. Membro del Comitato scientifico della “Fondazione Craxi”, degli "Annali della Fondazione Ugo La Malfa" e di “Nuova Storia contemporanea”. I suoi principali temi di ricerca riguardano l’euroscetticismo, l’antieuropeismo e l’integrazione europea.
Professoressa ordinaria di Storia delle Relazioni Internazionali e Storia dell’integrazione europea presso l'Università di Bologna. Cattedra Jean Monnet ad personam in Storia dell’integrazione europea; direttrice del Centro Studi interdipartimentale Punto Europa dell’Università di Bologna. I suoi principali temi di ricerca riguardano la storia dell’integrazione europea, in particolare la storia politica della PAC e le relazioni esterne della CEE/UE.
Professore associato di Storia contemporanea all’Università di Bologna, presso il Dipartimento di Beni Culturali del Campus di Ravenna. Coordinatore del Corso di Laurea in Storia, società e culture del Mediterraneo. I suoi principali temi di ricerca riguardano la storia politica italiana e francese dal secondo dopoguerra agli anni ’70 e il rapporto tra politica interna e integrazione europea.
Laura Casadio e Andrea Paolinelli, Junior Expert del Punto Europa
Il secondo incontro di questa edizione dell’“Europa sul sofà” si apre con una riflessione del Professor Pasquinucci sulla genesi e sull’evoluzione del concetto di “euroscetticismo”, tema centrale nel dibattito sull’integrazione europea. Il termine “euroscetticismo” viene coniato nella metà degli anni Ottanta da un giornalista britannico del Times per descrivere l’atteggiamento critico della premier Margaret Thatcher nei confronti del processo di integrazione europea. Successivamente, il concetto viene elaborato in ambito accademico da alcuni studiosi, che lo utilizzano per indicare le posizioni critiche o ostili verso l’integrazione europea, distinguendo tra una forma “hard” e una “soft”. L’euroscetticismo “hard” rappresenta la forma più radicale di opposizione all’integrazione europea, in quanto contesta il processo stesso e ne auspica la dissoluzione. Un esempio emblematico è rappresentato da Nigel Farage, leader dell’UK Independence Party (UKIP), partito che ha giocato un ruolo centrale nella campagna a favore della Brexit. Al contrario, l’euroscetticismo “soft” non mette in discussione l’esistenza dell’Unione europea, ma ne critica singoli aspetti o politiche, configurandosi come una forma di opposizione meno radicale. Queste categorie hanno avuto ampia diffusione nel dibattito scientifico, ma sono oggetto di alcune critiche da parte degli storici, che sottolineano la necessità di una loro maggiore articolazione e precisione. Il Professor Pasquinucci evidenzia inoltre come il termine “euroscetticismo” presenti alcuni limiti interpretativi. In primo luogo, esso tende a essere utilizzato soprattutto per analizzare le posizioni critiche sviluppatesi a partire dagli anni Ottanta e, in particolare, dopo il Trattato di Maastricht, rischiando però di trascurare il fatto che la critica all’integrazione europea ha origini molto più antiche e coeve alla nascita stessa del processo integrativo. Fin dall’inizio, infatti, partiti politici, movimenti, leader e intellettuali hanno espresso posizioni critiche nei confronti dell’integrazione europea. In secondo luogo, il termine finisce per inglobare in modo indistinto tutte le forme di critica, senza distinguere tra una critica costruttiva e una critica distruttiva, appiattendo così la complessità del fenomeno. Alla luce di queste considerazioni, il Professor Pasquinucci ritiene che l’espressione “euroscetticismo” non sia pienamente soddisfacente. Propone pertanto alternative come “altro-europeismo” o “critica all’Europa”, che permettono di cogliere meglio la pluralità delle posizioni critiche e di riconoscere le radici storiche profonde di tali atteggiamenti.
Il dibattito prosegue con una riflessione della Professoressa Laschi sul paradigma dell’“integrazione attraverso le crisi”, tradizionalmente utilizzato dalla storiografia per interpretare lo sviluppo del processo di integrazione europea. Secondo questo paradigma, le crisi rappresentano momenti di difficoltà che, paradossalmente, fungono da acceleratori del processo integrativo, favorendo nuove soluzioni e avanzamenti istituzionali. La Professoressa riconosce che tale interpretazione ha avuto una certa validità storica, ma sottolinea come oggi risulti riduttiva e non più pienamente adeguata a spiegare la realtà contemporanea dell’Unione europea. L’attuale fase è caratterizzata da una crisi endemica, complessa e multidimensionale, che si manifesta in maniera evidente con la crisi economica del 2007-2008, ma che ha origine principalmente sul piano politico. Tale crisi si intreccia con diversi fattori: un aumento generalizzato delle posizioni critiche verso l’Europa, la crescente nazionalizzazione di valori originariamente condivisi a livello europeo e una tendenza alla personalizzazione della leadership istituzionale, in particolare all’interno della Commissione europea. A ciò si aggiungono problemi strutturali legati al funzionamento dell’Unione: l’architettura istituzionale europea, infatti, è ancora in larga parte basata su un modello concepito nel 1957, quando la Comunità era composta da sei Stati relativamente omogenei, e fatica oggi ad adattarsi a un’Unione composta da ventisette Stati eterogenei. Tra le criticità emergono inoltre il problema del processo decisionale all’unanimità, che rallenta e spesso blocca le riforme, e una crescente distanza percepita tra cittadini e istituzioni europee, accompagnata da visioni nazionalistiche adottate da alcuni governi.
Il Professor Marchi si concentra invece sul rapporto tra euroscetticismo e nazionalismo, interrogandosi sul ruolo che i movimenti e i partiti euroscettici svolgono all’interno del sistema politico europeo contemporaneo. Egli osserva come la maggior parte delle forze euroscettiche non si configuri oggi come apertamente antieuropea. Tuttavia, tali movimenti tendono a mettere in discussione l’Unione europea dall’interno, promuovendo messaggi e strategie che mirano a ridimensionarne il ruolo, ad esempio rivendicando la supremazia del diritto nazionale rispetto a quello comunitario o proponendo un’idea di Europa alternativa che, nei fatti, ne svuota alcuni principi fondamentali. In questo contesto, si registra anche un cambiamento nelle posizioni programmatiche di alcuni partiti, che hanno progressivamente abbandonato l’idea di uscita dall’Unione europea pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti delle sue istituzioni. Il Professor Marchi evidenzia inoltre una crisi delle leadership nazionali, che coinvolge in particolare l’asse franco-tedesco, storicamente motore del processo di integrazione europea. Entrambi i Paesi attraversano difficoltà interne: in Francia, la presidenza Macron è segnata da problemi di legittimazione e forte polarizzazione politica; in Germania, il governo appare fragile e sostenuto da una coalizione complessa. Nonostante ciò, il motore franco-tedesco rimane ancora un elemento necessario, sebbene non più sufficiente, per guidare l’Unione a ventisette Stati membri.
In prospettiva futura, la Professoressa Laschi sottolinea come l’Unione europea si trovi oggi in un contesto di grande incertezza e trasformazione, caratterizzato da una crescente complessità geopolitica e dall’assenza di leader in grado di guidare processi di cambiamento significativi. Secondo la sua analisi, manca attualmente un dibattito vivace e strutturato sia a livello accademico sia politico e istituzionale, elemento che contribuisce a rendere difficile prevedere l’evoluzione del progetto europeo. Tra le possibili traiettorie, l’ipotesi dell’“Europa a più velocità” risulta quella più discussa e condivisa, ma presenta criticità rilevanti: da un lato, potrebbe effettivamente consentire un avanzamento dell’integrazione tra gruppi di Stati; dall’altro, rischia di compromettere il principio di solidarietà, uno dei principi cardine dell’intero processo di integrazione, portando alla formazione, all’interno dell’Unione, di un “club dei più forti”. Nonostante ciò, questa opzione appare al momento come una delle poche concretamente percorribili. In questo scenario, un ruolo decisivo potrebbe essere svolto dalle nuove generazioni, le cui scelte politiche e orientamenti elettorali potranno influenzare la direzione futura dell’integrazione europea. In assenza di una visione condivisa e di un progetto politico chiaro, il futuro dell’Unione rimane dunque aperto e difficilmente prevedibile.
Infine, il Professor Marchi propone una riflessione sul caso francese, evidenziando il ruolo storico della Francia nel processo di integrazione europea e il rapporto complesso tra europeismo e nazionalismo. Fin dal secondo dopoguerra, la Francia ha assunto una posizione centrale nel processo di integrazione europea, alternando fasi di accelerazione e rallentamento. L’approccio francese può essere sintetizzato nella celebre idea di “fare l’Europa senza distruggere la Francia”, che riflette la volontà di partecipare al progetto europeo mantenendo al contempo la propria identità e sovranità nazionale. Nel corso del tempo, la Francia ha cercato nell’integrazione europea anche uno strumento per compensare un progressivo ridimensionamento della propria influenza internazionale e per gestire l’ascesa della Germania. Tuttavia, questa centralità si è espressa in modo altalenante, con momenti di forte impulso e altri di arresto, come nel caso della crisi della “sedia vuota” sotto la presidenza De Gaulle o del referendum sul trattato costituzionale europeo. A partire dal 2005, il ruolo della Francia nel processo di integrazione sembra essersi indebolito, fino a configurare il Paese come una sorta di “malato d’Europa”, caratterizzato da forte polarizzazione politica interna, crescita dei partiti antisistema, difficoltà economiche e una leadership percepita come fragile.
Il Professor Pasquinucci affronta infine il tema del cosiddetto “vincolo europeo”, con particolare riferimento ai Paesi entrati nell’Unione europea tra il 2004 e il 2007, i quali hanno progressivamente mostrato un raffreddamento del loro entusiasmo nei confronti dell’integrazione europea. L’adesione all’Unione comporta inevitabilmente una limitazione della sovranità nazionale, ma il significato attribuito a questo vincolo varia nel tempo e nei diversi contesti politici. In origine, soprattutto in paesi come l’Italia, il vincolo europeo era percepito in senso positivo, come uno strumento utile per favorire riforme interne e allinearsi agli standard europei. Nel tempo, tuttavia, il concetto di vincolo europeo è stato progressivamente reinterpretato e utilizzato da movimenti ed esponenti euroscettici come simbolo di imposizione esterna, contribuendo a rafforzare una narrazione dell’Unione europea come entità distante e coercitiva.
Il dibattito si conclude con un richiamo ai protagonisti storici dell’euroscetticismo del XX secolo, come Charles De Gaulle e Margaret Thatcher, evidenziando le differenze rispetto agli euroscetticismi contemporanei. In particolare, mentre De Gaulle può essere definito più “franco-centrico” che euroscettico in senso stretto, e Thatcher mostrava un atteggiamento pragmatico e strumentale nei confronti dell’Europa, le forme attuali di euroscetticismo appaiono più diffuse e complesse, inserendosi in una crisi più ampia dell’ordine liberale internazionale.
In questo senso, l’euroscetticismo non rappresenta tanto un fenomeno quantitativo, quanto piuttosto un insieme articolato e variegato di atteggiamenti e posizioni critiche nei confronti del progetto europeo.
A cura di Federica Buttau e Maria Antonietta Paola Aricò