Sinossi dell'incontro

"Pace o guerra in un sistema internazionale senza regole?"

Mercoledì 29 aprile 2026 si è svolto il quarto appuntamento della nuova edizione dell'Europa sul sofà,  il  ciclo  di incontri del Punto Europa su tematiche  legate  all’Unione Europea. Durante l'incontro è  stato  affrontato il tema della pace o guerra in un sistema internazionale senza regole.  Hanno  animato  il  dibattito  la professoressa Francesca Ragno, la professoressa Angela Romano e  il professor  Paolo Soave.  

Prof.ssa Angela ROMANO

Professoressa associata di Storia delle relazioni internazionali nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la Guerra fredda, i processi d’integrazione e cooperazione regionale (con focus specifico ma non esclusivo in Europa), le relazioni economiche internazionali e la New DiplomaticHistory.  

Prof.ssa Francesca RAGNO

Professoressa ordinaria di Diritto internazionale nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Coordinatrice del Corso di Laurea in International Studies. I suoi principali temi di ricerca sono il diritto internazionale privato, il diritto dell’arbitrato internazionale, il diritto del commercio internazionale, il diritto e l’arte e la corporate social responsability.  

Prof. Paolo SOAVE

Professore associato di Storia delle relazioni internazionali nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Coordinatore del Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche. I suoi principali temi di ricerca sono la storia internazionale, la storia diplomatica, la storia della politica estera italiana, la storia del colonialismo, la storia del Mediterraneo, la storia della politica estera americana, la storia della Prima guerra mondiale e la storia della Guerra fredda. 

A moderare

Tecla Cantatore e NIccolò Martucci, JE del Centro Studi Interdipartimentale Punto Europa

Quali sono le principali fasi storiche che hanno segnato il passaggio dalla Pace di Westfalia fino all’Organizzazione delle Nazioni Unite, e come sono cambiati i ruoli della guerra e della pace nelle relazioni internazionali? (Prof. Soave) 

Le principali fasi storiche che vanno dalla Pace di Westfalia alla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite mostrano sia elementi di continuità sia di discontinuità nel modo in cui guerra e pace sono state concepite nelle relazioni internazionali. 

Per quanto riguarda la continuità, Westfalia ha sicuramente rappresentato un momento fondamentale nella costruzione dell’ordine internazionale moderno.  Era un contesto multipolare eurocentrico: da un lato, i paesi cattolici convergevano sull’idea che vi dovesse essere il balance of power; mentre i paesi protestanti sostenevano che si dovesse creare una società diplomatica internazionale basata sul principio di solidarietà. Con Westfalia, nasce comunque una matrice concettuale dell’ordine internazionale che, nei suoi elementi fondamentali, è rimasta invariata fino a oggi.  

Accanto a questa continuità, si registrano però profonde trasformazioni: è cambiato tutto il resto. I cambiamenti scientifici e tecnologici hanno inciso in modo significativo sulla natura della guerra, che torna ad essere “a buon mercato” e quindi accessibile anche a Stati che non rientrano tra le grandi potenze.  

 Nel corso del tempo, si sono susseguiti diversi assetti internazionali: ad esempio, durante la Guerra Fredda, il sistema era caratterizzato da una struttura bipolare. In generale, l’ordine internazionale si è retto sulla presenza di principi condivisi tra gli attori principali. Oggi, tuttavia, si assiste a una situazione di crescente frammentazione: l’assenza di un diffuso consenso su tali principi porta a parlare di una crisi – o addirittura assenza – di ordine internazionale. 

 

Anche durante la Guerra fredda si temeva un sistema senza regole, eppure esistevano equilibri impliciti e linee rosse non scritte. Alla luce di ciò, quanto è davvero inedito il disordine odierno rispetto a quella stagione? (Prof. Romano) 

Anche durante la Guerra Fredda, si temeva la possibilità di un sistema internazionale privo di regole. Infatti, nella pratica, esistevano equilibri impliciti e linee rosse non scritte che contribuivano a garantire una certa stabilità.  

Nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale, si affermò un insieme di regole precise. In primo luogo, il principio per cui le due superpotenze non si sarebbero mai dovute scontrare direttamente, consapevoli dei rischi di escalation nucleare. Al contrario, erano considerate accettabili le guerre by proxy, utilizzate per espandere la propria influenza e la propria ideologia o per contenere quella dell’avversario. Queste regole, seppur non scritte, risultavano comunque chiare e abbastanza nette. Nel tempo, si definirono sempre meglio. Divenne evidente, ad esempio, dove fosse possibile intervenire e dove no: in Europa un intervento militare non era accettato, perché rigidamente divisa in sfere di influenza. Per questo, in Ungheria nessuno pensò mai realisticamente di intervenire. Al contrario, il mondo della decolonizzazione veniva visto come una sorta di terra nullius, in cui l’intervento delle grandi potenze era ritenuto legittimo.  

Alla luce di ciò, oggi la questione centrale è la seguente: fino a che punto prevale la responsabilità di garantire la stabilità del sistema internazionale e quando subentra la prevalenza degli interessi nazionali? Inoltre, a differenza del passato, ci sono molte più occasioni per cui anche le piccole e medie potenze possono incidere sugli equilibri internazionali, contribuendo ad aumentare l’incertezza e la frammentazione del sistema.  

 

Da un punto di vista giuridico, è davvero possibile parlare di un sistema senza regole? Esiste ancora un ordine giuridico internazionale capace di vincolare gli Stati, o stiamo assistendo a una crisi di effettività del diritto internazionale? C’è ancora un ordine normativo, anche se sistematicamente violato? (Prof. Ragno) 

Il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali non dovrebbe condurre automaticamente a sostenere la sua “morte”, conclusione che deriva piuttosto da inciampi logici e metodologici. Ci si aspetta, infatti, che il diritto internazionale sia dotato di forza precettiva vincolante e che preveda meccanismi di accountability in caso di violazione. Tuttavia, esso si sviluppa in una società internazionale amorfa, priva di un’autorità sovraordinata agli Stati, caratterizzata da tratti di anarchia, e pertanto non può operare secondo le stesse modalità del diritto interno. 

Il diritto internazionale è plasmato dal potere, più che concepito originariamente per limitarlo. Esso costituisce al contempo un sistema e un processo, con una funzione ordinatrice: fornisce forme, categorie e un linguaggio attraverso cui incidere sulle scelte di potere. Quando una norma giuridica viene violata — come nel caso del divieto dell’uso o della minaccia dell’uso della forza — si tende a ritenere che ciò comporti un’erosione del diritto internazionale. In realtà, la violazione è un elemento connaturato al sistema stesso; tuttavia, il fatto che tali violazioni vengano accompagnate da tentativi di giustificazione implica il riconoscimento della forza precettiva della norma. Si è registrata una fase in cui l’amministrazione Trump non riteneva necessario formulare argomentazioni giuridiche a sostegno delle proprie azioni. Più recentemente, invece, si è riaffermata l’esigenza di mantenere il diritto internazionale come strumento funzionale, capace di svolgere una funzione di contenimento del potere. 

 

Nel suo lavoro studia anche il ruolo di attori non statali nella costruzione e nella tenuta degli ordini internazionali. In un momento di crisi degli Stati-nazione e delle istituzioni intergovernative, questi attori possono svolgere una funzione stabilizzatrice o rischiano di accelerare la disintegrazione delle regole condivise? (Prof. Romano) 

Gli attori non statali possono assumere diverse forme. Alcuni sono di tipo sovra-statale, come l’Unione Europea, che tuttavia presenta un limite significativo: la difficoltà di esprimere una politica estera realmente unitaria. Per questo motivo, spesso finisce per assomigliare più a un’organizzazione internazionale che a un attore politico unitario e coeso.   

Nei momenti in cui l’Unione è riuscita ad avere un peso rilevante nel sistema internazionale – in particolare tra gli anni ’80 e ’90 - ciò è avvenuto grazie a una visione comune fra gli Stati membri. Oggi, invece, le profonde fratture interne rendono più difficile adottare posizioni condivise: in assenza di un accordo e di una visione comune sia sulla natura del problema sia sulla sua soluzione, è complicato sviluppare una politica estera decisa ed efficace.  Altri esempi di attori non statali sovra-statali sono gruppi come i BRICS o l’OPEC: gruppi di Stati che agiscono come piattaforme di coordinamento e possono avere un impatto significativo sugli equilibri globali. Questi sembrano lavorare a favore del multilateralismo, data la loro stessa natura legata alla promozione di dialogo e cooperazione, anche se spesso guidate da interessi differenti.  In realtà, il ruolo degli attori non statali è vario. Alcuni lavorano per indebolire e talvolta distruggere il diritto internazionale, perseguendo interessi specifici - neanche riconducibili a quelli - e contribuendo alla frammentazione dell’ordine globale. Dall’altro lato, invece, ci sono attori che cercano di costruire ponti per risolvere sfide che sorpassano i confini nazionali, come flussi migratori e pandemie. Emerge quindi una dinamica duale: gli attori non statali possono sia contribuire alla disintegrazione delle regole condivise sia rappresentare risorse importanti per il loro mantenimento.  

 

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre più spesso all’utilizzo di strumenti quali sanzioni unilaterali e meccanismi di due diligence nelle catene di fornitura, che sembrano sopperire, almeno in parte, alle lacune del diritto internazionale pubblico. Questi strumenti rappresentano una risposta efficace all’assenza di regole, o rischiano di frammentare ulteriormente l’ordine normativo globale? (Prof. Ragno) 

Le sanzioni rappresentano un meccanismo per esercitare pressioni nei confronti degli Stati che violano il diritto internazionale e mettono in evidenza la chiara interconnessione fra diritto e economia. Si tratta di sanzioni economiche, come quelle utilizzate dall’Unione europea rispetto al conflitto ucraino. Tuttavia, si pone il problema della loro efficacia: nel caso della Russia, non hanno funzionato. Il loro utilizzo evidenzia la logica del double standard degli Stati dell’Unione europea: nei confronti della Russia hanno avuto e continuano ad avere un impatto rilevante sulla struttura degli ordinamenti, mentre rispetto alla questione palestinese non vengono adottate. Si pone inoltre il tema della sostenibilità della logica secondo cui le imprese multinazionali contribuiscono al PIL dei Paesi in cui operano: tali strumenti risultano insoddisfacenti sul piano della percettività giuridica. La direttiva del 2024, modificata dal decreto omnibus, risulta annacquata nell’ambito della delega europea, con una conseguente riduzione della sua applicabilità; i Paesi risponderanno soltanto a livello di diritto internazionale. A livello di diritto internazionale privato, la responsabilità derivante da tali illeciti è disciplinata dal diritto dei Paesi in cui gli illeciti sono occorsi. 

 

La Prima guerra mondiale nacque anche da un fallimento della diplomazia e da un sistema di alleanze che finì per trascinare tutti nella guerra invece che contenere i conflitti. Guardando all’attuale architettura di alleanze (si pensi alla NATO e alle relazioni transatlantiche), vede rischi analoghi di escalation? (Prof. Soave)  

Le alleanze, come fenomeno strutturato della diplomazia, presentano vantaggi e criticità. Uno Stato che entra in un’alleanza lo fa generalmente per due motivi: perché ritiene di non poter garantire da solo la propria sicurezza nazionale e perché intende partecipare alla costruzione di un determinato ordine mondiale. A fronte di questi aspetti positivi, vi è tuttavia anche il rischio di rimanere intrappolati e vincolati all’alleanza stessa. Questo è quanto avvenuto in occasione della Prima guerra mondiale, quando le potenze europee, nel tentativo di rafforzare la propria sicurezza, si trovarono legate a sistemi di alleanze che le trascinarono in una conflittualità non più controllabile. Dinamiche di questo tipo, proprie della grande diplomazia, potrebbero riproporsi. 

Ma quali alleanze esistono oggi? L’unica alleanza propriamente definita è la NATO, sebbene indebolita. Non si registrano altre alleanze chiaramente strutturate. Tra Russia e Cina esiste un comune sentire su alcune questioni, in contrapposizione all’Occidente, ma non si tratta propriamente di un’alleanza. D’altro lato, l’Alleanza Atlantica, per la prima volta nella sua storia, è messa in discussione da coloro che l’hanno sempre considerata uno strumento fondamentale delle relazioni internazionali, in primis per l’influenza sull’Europa: gli Stati Uniti. Oggi, con Trump, si afferma l’idea che il rapporto con gli alleati costituisca un fardello per il perseguimento degli interessi nazionali: la NATO non viene più considerata una risorsa, sebbene molti funzionari statunitensi non condividano questa posizione. Se il Presidente degli Stati Uniti, il principale attore dell’alleanza dal punto di vista della sicurezza, riduce la centralità degli alleati, attori statali e non statali potrebbero essere indotti a mettere alla prova la tenuta dell’alleanza stessa. Si configura così uno scenario in cui gli attori internazionali non si coagulano in modo strutturato, impedendo il raggiungimento di una stabilità e di un ordine condiviso.  

L’orientamento dell’amministrazione Trump appare, sotto questo profilo, in controtendenza rispetto al passato, in cui le potenze tendevano a organizzarsi in blocchi. Tale scelta non considera tuttavia che un isolamento degli Stati Uniti potrebbe tradursi in una maggiore debolezza nel lungo periodo. La logica suggerirebbe, invece, che per contrastare Russia e Cina gli Stati Uniti, pur restando una potenza militare rilevante, dovrebbero agire in cooperazione con gli alleati, in primis con l’Unione europea. 

Lo scenario odierno è quindi caratterizzato da una dinamica di destrutturazione, opposta rispetto a quella precedente alla Prima guerra mondiale, quando le potenze si aggregavano in blocchi contrapposti. Si osserva tuttavia una persistenza di conflittualità simile a quella dei primi decenni del Novecento. Ne consegue la necessità di recuperare una visione e un uso razionale della forza, altrimenti lo scenario internazionale resterà segnato da instabilità e precarietà. 

                                              Curata da Carolina Gheri e Laura Casadio, JE del Centro Studi Interdipartimentale Punto Europa

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