ABITI DI ROMA, TRAME DI SICILIA. La moda nei mosaici di Piazza Armerina. Villa del Casale e Palazzo Trigona, 27/6-31/10 2026. A cura di I. Baldini, C. Lamanna, G. Marsili, M. Mazzini, C. Sfameni
A cura di Isabella Baldini, Claudia Lamanna, Giulia Marsili, Michela Mazzini, Carla Sfameni
Per informazioni: giulia.marsili2@unibo.it
Mi accoglie la luce del mattino, riflessa sulle tessere che compongono il mio volto da secoli. Sono qui, sulla soglia di questa dimora sontuosa, e sono io a darvi il benvenuto.
Indosso una dalmatica, la tunica dalle maniche lunghe giunta fino a Roma dalle terre della Dalmazia: morbida, ampia, segno di distinzione. Sul capo porto una corona di foglie di quercia. È simbolo di forza e di onore, memoria di virtù civiche. Le sue fronde non appassiscono, fissate per sempre nel verde delle tessere. Da questo pavimento vi osservo entrare, uno dopo l’altro. I vostri passi scorrono vicino alla mia immagine, e io continuo a raccontare di una Sicilia che intrecciava trame di lana e trame di storie.
Mi avvio verso le terme mentre il sole del pomeriggio scivola tra le colonne. La mia dalmatica di seta leggera è fresca sulla pelle e sfiora le caviglie a ogni passo. Delle vesti è la mia preferita: la stoffa è decorata con oro, pietre e vetro colorato.
Cammino con calma, come si conviene al mio rango. Penso al tepore del tepidarium e al vapore profumato: tra poco lascerò la tunica alle ancelle e mi immergerò nel ritmo quieto del bagno. Ma per ora assaporo questo breve cammino.
Sono l’ancella prediletta della domina e cammino accanto a lei mentre si dirige verso le terme. Mi occupo di portare tutto ciò che occorre per il bagno: i sandali infradito, l’asciugamano morbido, il pettine, lo specchio lucidato e i piccoli vasi di balsami profumati.
Indosso una lunga tunica gialla che mi scende fino ai piedi e, nella borsa di pelle che porto con cura, custodisco gli indumenti puliti che la mia signora indosserà al termine del bagno.
Procedo a fianco della domina, come richiede il rispetto dovuto al suo rango. La paenula mi ricade sulle spalle e si chiude davanti al petto, il tessuto pesante ancora segnato dalla polvere del viaggio di questa mattina. È un mantello corto con cappuccio, adatto alla strada e alla caccia, e mentre cammino ne sento il peso familiare muoversi con i miei passi, attutiti dai funzionali sandali.
Ci riposiamo all’ombra delle fronde e della tenda che abbiamo teso tra gli alberi. Dopo la caccia il corpo è stanco, ma il cuore è leggero. Ci appoggiamo al cuscino, distendendo le gambe coperte dalle fasciae crurales. La cacciagione arrostita manda ancora il suo profumo nell’aria. Allunghiamo la mano per prendere un pezzo di carne, condividendo il pasto, come si conviene tra giovani che hanno percorso insieme i boschi. Anche il mio cane fedele reclama la sua parte! Le tuniche corte riccamente decorate mostrano il nostro lignaggio. Beviamo acqua per ristorarci e vino per celebrare la buona sorte della giornata. Tra un boccone e l’altro ci scambiamo parole e risate, mentre l’ombra degli alberi ci protegge dal sole e il silenzio del luogo ci restituisce le forze.
Resto un poco in disparte e osservo i miei compagni. Alcuni sono ancora impegnati nella caccia tra gli alberi, altri preparano il sacrificio in onore di Artemide, signora dei boschi e della selvaggina. Il fumo dell’offerta sale lento nell’aria quieta della radura. Indosso la mia tunica corta, adatta a muovermi tra i sentieri e i rovi, e le fasciae crurales mi stringono le gambe, proteggendole durante l'attività fisica. Seguo con lo sguardo i gesti dei miei compagni e il rito che compiono con rispetto. In questo momento la caccia si ferma e il bosco sembra ascoltare con noi. Offriamo alla dea ciò che le è dovuto, perché continui a guidare i nostri passi tra gli alberi e a concederci fortuna nelle battute future.
Chi sono? È un mistero che aleggia tra voi che mi guardate.
Sono ormai avanti negli anni. Il pileo mi copre il capo e la clamide, un mantello pesante, scende sulle spalle mentre mi appoggio al bastone che sostiene i miei passi lenti ma ancora sicuri. Davanti a me gli uomini faticano, guidano e spingono gli animali che vengono caricati sulle navi. Li guardo in silenzio mentre salgono sulle imbarcazioni destinate a salpare verso Roma. Là li attendono i giochi, il fragore della folla, l’arena. Io osservo tutto con attenzione: sono il proprietario della villa e questi traffici passano sotto il mio sguardo. Non ho bisogno di parlare. La mia presenza basta a ricordare a tutti chi è il padrone di queste terre e di queste spedizioni.
Sono tra i primi a entrare nelle terme quando ancora sono silenziose. Con il secchio colmo d’acqua e la ramazza strofino il pavimento e raccolgo l'acqua, spingendo via la polvere e i residui lasciati dal giorno precedente. Il lavoro è lento e ripetitivo, ma deve essere fatto con cura perché tutto torni a splendere.
Indosso soltanto un perizoma, adatto al calore delle sale, e alle caviglie porto una cavigliera che tintinna quando mi muovo. Il collare di schiavo mi stringe il collo, segno evidente della mia condizione.
Mi piego, verso l’acqua, passo la ramazza ancora e ancora sulle tessere di mosaico e sui marmi. Tra poco le terme si riempiranno di voci, vapore e profumi. Io sarò già sparito tra i corridoi di servizio, pronto a tornare quando ci sarà di nuovo da pulire.
Mi guardo intorno con curiosità, cercando di non perdere nulla di ciò che accade attorno a me. La mia tunica verde mi scende fino alle ginocchia e si muove leggera mentre faccio qualche passo incerto. Tutto mi sembra grande e pieno di cose da osservare, nella villa: le persone che parlano, i rumori delle attività, i movimenti continui di chi passa vicino. Rimango un momento fermo, come se ogni dettaglio potesse raccontarmi qualcosa di nuovo. Non so ancora dove posare lo sguardo per primo, e forse è proprio questo il bello: il mondo davanti a me sembra pieno di sorprese.
Tendo la coppa verso Polifemo, osservando attentamente ogni suo movimento. Il vino che gli offro è forte, capace di stordire anche un uomo robusto, e spero che il gigante non sospetti nulla delle mie intenzioni. Indosso la tunica, il mantello che mi ricade sulle spalle e l’elmo che segna il mio rango di guerriero. Ma in questo momento non è la forza delle armi a guidarmi: è l’astuzia.
«Bevi», gli dico con voce calma, porgendogli il vino come segno di finta amicizia. Dentro di me, però, so che da questo gesto dipende la salvezza mia e dei miei compagni.
Mi alzo dal mio posto mentre il clamore della folla si placa poco a poco. La gara dei carri è terminata e tutti gli sguardi sono rivolti verso di me. La mia tunica chiara cade composta lungo il corpo, coperta dalla toga contabulata, segno della mia funzione di giudice in questa competizione. Nella mano tengo la foglia di palma, il simbolo della vittoria. Tra poco la consegnerò al vincitore, che attende con il carro fermo e i cavalli ancora ansimanti dopo la corsa.
Sollevo la tuba alle labbra e lascio che il suono chiaro dello strumento si diffonda nello spazio attorno a me. Sono il tubicen, il mio compito è dare il segnale, accompagnare i momenti solenni e guidare con la musica ciò che sta per accadere. Porto sul capo una corona di alloro, segno d’onore per il mio ruolo, mentre la tunica bianca scende semplice lungo il corpo. Sulle spalle mi ricade la laena, un mantello rosso con frange, che si muove leggermente ogni volta che respiro per sostenere il fiato nel suono.
Resto saldo al mio posto, concentrato. Al mio segnale tutto prende forma: la folla ascolta, gli uomini attendono, e il richiamo della tuba segna l’inizio del momento solenne della gara.
Finalmente a casa. Varco la soglia e la quiete della casa mi avvolge come un abbraccio dopo il lungo viaggio. Le nostre tuniche si sfiorano mentre ci avviciniamo, ancora colmi della stanchezza della strada e della gioia del ritorno. Ci fermiamo un istante, guardandoci, e tra noi passa la scintilla di un bacio atteso. Le labbra si incontrano piano, con la dolcezza di chi sa di essere finalmente al sicuro tra le proprie mura. Il mondo fuori può aspettare. Qui restano solo il calore della casa, il fruscio leggero delle tuniche e quel bacio che segna il nostro ritorno.
Lo stibadium era un grande divano semicircolare usato nei banchetti delle élite romane, soprattutto in età tardo-imperiale. Durante i banchetti i partecipanti si appoggiavano a un lungo cuscino, come nei banchetti all'aperto, mentre al centro era collocata le mensa semicircolare con piatti, vino e vivande. Schiavi e servitori potevano muoversi nello spazio libero davanti alla tavola per portare i cibi, lavare le mani degli ospiti o intrattenere i convitati con musica e spettacoli. Questo tipo di disposizione era presente anche nel triclinio a tre absidi della Villa Romana del Casale.
La mia forza è ben nota, e la sfoggio sollevando dei pesi, gli halteres, con le mie braccia allenate. Fascia e perizoma mi permettono di provare il mio talento senza che vesti ingombranti mi ostacolino. Sono ammirata per la mia resistenza fisica, mio grande vanto; ho lavorato a lungo per raggiungere questi risultati e partecipare con fierezza ai giochi.
Il lancio del disco è la mia specialità; l'ancella ha raccolto abilmente i miei lunghi capelli così che non mi intralciassero nella gara. Nonostante la necessaria praticità del tessuto che mi copre, non resisto dal sfoggiare i miei monili: orecchini, collana, bracciali e cavigliere. Li porto dalla mia prima gara come preziosi portafortuna e mi sentirei persa senza di loro.
Indosso il mio due pezzi leggero, quello adatto alla corsa e agli esercizi. I miei genitori hanno voluto che partecipassi alle gare, e io lo faccio con l’orgoglio di chi sa che anche le donne possono dimostrare forza, abilità e disciplina quanto gli uomini. Il sole scalda il campo mentre corro. Accanto a me c’è la mia compagna di squadra, anche lei di nobile famiglia. Ci scambiamo uno sguardo d’intesa: partecipiamo insieme alla staffetta. Non corro soltanto per la vittoria, ma per dimostrare che il coraggio e l’impegno non appartengono a un solo sesso. Quando partirò, lo farò con tutta la mia energia, portando con me l’onore della mia casa.
Attendo con trepidazione la corona di rose preparata per il mio capo, già adornato da un'elegante pettinatura a turbante. Sono stata la migliore al gioco della ruota, che tengo in equilibrio nella mia mano. La fanciulla al mio fianco porta una splendida toga dorata, che la paragona alla figura di magistrato delle gare.
La soddisfazione cresce nel mio petto mentre sollevo la corona di rose, la lunga palma della vittoria stretta in mano. Non immaginavo sarei arrivata a questo punto, sono fiera di me. Solo una visita alle terme potrebbe rendere migliore questa giornata; non aspetto altro che scambiare questa semplice fascia con vestiti più eleganti.
La mia compagna alza la palla colorata, e i miei occhi la seguono con esperienza. Per me questa gara non è solo competizione, ma uno sfoggio della nostra agilità, resa possibile solo dal giusto vestiario funzionale e dai nostri capelli ben raccolti. Il pensiero di partecipare alle gare con una tunica lunga è così buffo che per poco non mi distraggo.