Primo appuntamento del nuovo ciclo di incontri dell'Europa sul sofà
Insegna Criminologia nel Corso di Laurea in Psicologia giuridica, forense e criminologica, e Professore di Criminology nel Corso di Laurea Internazionale in Cognitive Forensic Sciences, entrambi presso il Dipartimento di Psicologia di “Sapienza” Università di Roma. PhD in Criminologia applicata alle investigazioni e alla Sicurezza e PhD in Comunicazione e Media Studies. EU Senior Expert di terrorismo, estremismo, radicalizzazione, reti criminali ad alto rischio e disinformazione.
Insegna Violenza politica e terrorismo nel corso di laurea in scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Bologna. È coordinatore del Centro Studi Formazione e Documentazione (CIVIDEM) e direttore dell’Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età contemporanea di Forlì-Cesena. I suoi interessi riguardano: la dialettica tra polizia e rivoluzione, l'epistemologia del conflitto politico, la violenza politica e i terrorismi.
Ada Lucia Pasqualetto e Federica Buttau (Junior Expert del Punto Europa)
La sfida con il terrorismo è restare umani. Il terrorismo si distingue dall’uso illegale eccessivo della forza per il diverso rapporto con lo stato di diritto: mentre l’uso illegale della forza riguarda tentativi di espanderlo oltremodo, o creare piccole rotture ma senza negarlo, il terrorismo si oppone al diritto e mira a determinare un capovolgimento della forza attraverso la violenza politica. Il terrorismo è tipicamente condotto da attori non statali che cercano di massimizzare il rapporto tra mezzi e fini, cioè “fare tanto con poco”, e si sviluppa quindi “dal basso”.
Durante la Guerra Fredda sono emerse due grandi forme di terrorismo: quello ideologico secolare, di cui un esempio sono state le Brigate Rosse, operanti in contesti urbani; dall’altro lato, forme di terrorismo stragista o irredentista.
Nel periodo post-bipolare, una forma importante è il terrorismo jihadista di cui ne è esempio l’attentato al Bataclan (2015). L’uso illegale della forza, invece, è spesso realizzato da stati o entità organizzate, quindi a un livello più alto. L’Europa rappresenta un caso particolare, avendo adottato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, un esperimento di integrazione che ha limitato l’uso illegale della forza sul continente; tuttavia, rimangono emblematici casi come quello di Abu Omar, rapito da una cellula della CIA nell’ambito della guerra globale al terrore post 11 settembre e trasferito in Egitto, dove venne torturato pur rivelandosi in realtà innocente.
Le sfide alla sicurezza oggi si collocano in un mondo profondamente mutato e accelerato: se prima esisteva un concetto di militanza e di attori solitari, oggi assistiamo a una metamorfosi e a un’orizzontalizzazione del terrorismo e della minaccia, con una crescente centralità della dimensione online. L’accesso alla rete ha aumentato la capacità criminale in termini di propaganda e reclutamento, attraverso la rappresentazione del terrore con contenuti iper-violenti, materiali digitali e streaming, combinando isolamento sociale e interconnessione cyber-sociale. L’interconnessione fornisce strumenti, ma crea anche reti pericolose sfruttate da attori diversi. Inoltre, si diffonde l’uso malevolo dell’IA in ambito criminale e terroristico attraverso identità sintetiche, botnet su base IA, propaganda e disinformazione. Emergono minacce ibride ed emotional warfare, insieme alla normalizzazione del linguaggio tossico, violento ed estremo e alla manipolazione dell’informazione. L’IA consente di produrre narrazioni emotivamente coinvolgenti in un contesto di caos disinformativo in cui l’arma vincente è il dubbio.
Nel confronto tra il terrorismo della Guerra fredda e quello odierno emergono analogie e differenze legate all’accelerazione e alla velocità dei processi. Negli anni Sessanta e Settanta si registravano cronaca nera, criminalità organizzata e terrorismo politico, ovvero minacce cumulative non sempre connesse o convergenti, all’interno di un ampio processo criminogeno; in Italia erano presenti terrorismo nero e rosso, mafioso e internazionale. Oggi, grazie al digitale, cambiano la velocità e la necessità percepita di questi fenomeni: nel mondo analogico la convergenza era difficile, mentre oggi, tra costruzione dell’ego, globalizzazione ed erosione dei confini, le istanze antisistema collidono e si fondono. Le differenze principali riguardano accelerazione e digitalizzazione, insieme alla morte delle ideologie novecentesche, secolari, granitiche e universalistiche. Le ideologie della Guerra fredda guardavano al futuro, in un’epoca scientista e positivista, e giustificavano il terrorismo in nome di un bene superiore; quelle odierne mancano di questo elemento e si collocano in una crisi strutturale e in un contesto di sopravvivenza sostenibile. Oltre a ciò, cambia anche la proiezione temporale: oggi si guarda al passato, con minacce mosse da una dimensione nostalgica che punta a recuperare un benessere perduto e, in alcuni casi, solo immaginato. Si osserva, per di più, una complessità di sigle che si legano e si diffondono reciprocamente insieme a fenomeni come incel e violenza estrema, legati a visioni pre-moderne e alla sottomissione della donna assieme a dinamiche di radicalizzazione di seconde generazioni francesi e belghe.
La Nuova Agenda sulla Sicurezza, portata avanti dalla Commissione Europea e dal DG Home, ha posto la prevenzione come punto focale delle politiche antiterrorismo, con l’obiettivo di evitare di targettizzare specifiche comunità come “responsabili di”. Tale decisione, però, rischia di far sviluppare il concetto di autoradicalizzazione: l’Unione Europea si potrebbe ritrovare in una situazione simile a quella successiva all’11 settembre, quando prevenzione e terrorismo andavano di pari passo. È necessario, tuttavia, lavorare soprattutto sulla prima: se si scegliesse di intervenire direttamente nel contrasto ai cosiddetti “push and pull factors” di radicalizzazione, infatti, si salterebbe il cosiddetto “tempo 0”, perdendo ogni contatto, ad esempio, con le generazioni più giovani. I conflitti geopolitici in atto, però, fungono da acceleratori e aiutano un certo tipo di narrazione dicotomica e semplicistica che è assolutamente deleteria verso le prospettive di prevenzione. Tale rischio va combattuto con l’informazione che, comunque, deve essere consapevole e aggiornata: il rischio, in un contesto atomizzato e costituito da reti sociali, è quello di partecipare, in maniera anche indiretta o inconsapevole, alla disinformazione. Un lavoro utile, in tal senso, è fornito dai report mensili dell’Osservatorio europeo sull’odio online.
Un certo tipo di narrazione, fondato sul collegamento diretto tra l’immigrazione, soprattutto quella clandestina, e la presenza di atti terroristici, è stato del tutto confutato dalle evidenze empiriche: non esiste una correlazione fra i due fenomeni. Neanche le carceri, nonostante la loro tradizione criminalizzante, sembrano rappresentare un effettivo luogo di radicalizzazione degli individui. Al contrario, il problema da tenere in considerazione è la quota elevata di auto-radicalizzati fra coloro che sono nati e cresciuti nell’Unione Europea, magari con qualche generazione alle spalle: tale fenomeno ha permesso la creazione di classi di cittadini, talvolta ghettizzanti, dove l’elemento migratorio diviene sì fondamentale. Parte della cittadinanza, infatti, non si è sentita più tale e ha finito per creare e recuperare costruzioni fittizie utili al proprio percorso di radicalizzazione: l’esperienza territoriale dell’auto-proclamato Stato islamico, in questo senso, ha accelerato tali processi grazie al suo carattere proletarizzante.
Le narrazioni semplicistiche promulgate dalle élite politiche occidentali hanno alimentato una sorta di gioco di specchi sulla pelle degli attori etichettati. Da un certo punto di vista, tale rappresentazione è stata funzionale perché ha permesso la distruzione territoriale del Daesh, ma al tempo stesso essa non è riuscita a cancellare il cosiddetto “islamic state of mind”, ossia la formazione e la propagazione di una cultura estremamente complessa in uno spazio-tempo condensato.Tali letture semplificate, inoltre, hanno raggiunto piattaforme online più o meno immersive e intercettato direttamente i soggetti, facendo emergere concetti pericolosi, che ormai sembravano superati, e normalizzando un linguaggio che ha reso ben più complicata la comprensione del fenomeno della mobilitazione terroristica islamista. Quest’ultima, infatti, si è servita e si serve ancora di strutture manageriali con gestioni economiche rigorose e non può essere ridotta a un semplice collegamento con l’immigrazione nel continente europeo.
A cura di Laura Casadio e Niccolò Martucci