Ciclo di seminari organizzati da Guido Bartolucci e Cristiana Facchini.
Il tema della memoria ha sempre esercitato un ruolo rilevante nella riflessione sulla religione, in particolare nel rapporto tra cristianesimo ed ebraismo. Già all’inizio del Novecento, autori come Sigmund Freud, Émile Durkheim, Maurice Halbwachs e Henri Bergson hanno proposto teorie della memoria che, in modi diversi, si sono confrontate con il fenomeno religioso. Se Freud ha elaborato una teoria della memoria con riferimento alla formazione del giudaismo e del cristianesimo, Halbwachs ha indagato il legame tra lo spazio della Terra Santa e la memoria cristiana.
La riflessione sul nesso tra religione e memoria collettiva ha radici profonde nella sociologia classica, in particolare nei lavori di Durkheim e del suo allievo Halbwachs. Lungi dall’essere intesa come dimensione puramente individuale e psicologica, la memoria religiosa è da loro concepita come una costruzione sociale, fondata su pratiche collettive, dispositivi simbolici e quadri istituzionali.
Nelle Forme elementari della vita religiosa (1912), Durkheim individua nel rito non solo un fondamento dell’identità sociale, ma anche una forma di “memoria rappresentativa e commemorativa” che rievoca e rivitalizza il mito. Le cerimonie religiose diventano strumenti attraverso cui la società si autorappresenta, ricorda le sue storie fondative e si rinnova. La religione, in questa prospettiva, è un archivio vivente e performativo, in cui il passato è costantemente rimesso in gioco.
Con Halbwachs, la memoria religiosa assume contorni ancora più espliciti. In La mémoire collective (1950), egli introduce il concetto di “quadri sociali della memoria”, ovvero gli ambienti simbolici, istituzionali e affettivi che rendono possibile il ricordo. Le religioni si configurano così come dispositivi mnestici di straordinaria efficacia: offrono linguaggi, narrazioni, calendari rituali e modelli di comportamento condivisi. Particolarmente rilevante è il ruolo della liturgia e del pellegrinaggio come supporti concreti alla trasmissione della memoria religiosa.
Oltre a La mémoire collective, è fondamentale ricordare La topographie légendaire des Évangiles en Terre sainte (1941), in cui Halbwachs analizza come i luoghi della Terra Santa siano stati costruiti e ricordati nel tempo dalle comunità cristiane non sulla base di dati storici, ma secondo una logica di memoria collettiva. Luoghi come Betlemme, il Golgota o il Santo Sepolcro sono spazi vissuti e reinterpretati attraverso la devozione popolare, la liturgia e l’autorità ecclesiastica. Questa “topografia leggendaria” non riflette tanto il passato, quanto una struttura simbolica che organizza il presente del credente.
Il lascito teorico di Durkheim e Halbwachs ha influenzato profondamente gli studi sulla memoria contemporanei, in particolare attraverso le teorie della memoria culturale di Jan Assmann, Paul Connerton, Aleida Assmann e Yael Zerubavel. In questa prospettiva, le religioni sono considerate “memorie di lunga durata”, capaci di strutturare l’identità collettiva fungendo da archivi simbolici del passato e da dispositivi normativi per il presente. Jan Assmann ha elaborato il concetto di memoria culturale (kulturelles Gedächtnis), distinguendolo dalla memoria comunicativa, cioè quella quotidiana e interpersonale. La memoria culturale è istituzionalizzata, legata a testi canonici, miti fondativi e rituali. In Das kulturelle Gedächtnis (1992), Assmann mostra come le religioni — soprattutto quelle “di rivelazione” — funzionino come meccanismi di conservazione e trasformazione del passato, generando identità collettive durature.
Aleida Assmann ha approfondito la distinzione tra memoria funzionale (attiva nel presente) e memoria archivistica (conservata ma non operativa), ampliando l’analisi alla letteratura, ai media e al trauma. In opere come Der lange Schatten der Vergangenheit (2006), si è concentrata sul ruolo dell’oblio, della ripetizione rituale e della selezione memoriale — tutte dinamiche centrali anche nella pratica religiosa.
Paul Connerton, in How Societies Remember (1989), ha sottolineato la corporeità della memoria, ovvero il ruolo dei gesti, dei riti e delle pratiche incorporate nella trasmissione mnestica. Le religioni — attraverso preghiera, digiuno, processioni — sono per Connerton esempi emblematici di memoria performativa. Nei suoi scritti successivi (How Modernity Forgets, 2009), ha anche criticato la modernità per la sua discontinuità memoriale e la marginalizzazione delle tradizioni religiose.
Yael Zerubavel, infine, ha approfondito in modo innovativo il rapporto tra memoria collettiva, religione e identità nazionale. Nel suo libro Recovered Roots: Collective Memory and the Making of Israeli National Tradition (1995), analizza come la cultura israeliana moderna abbia reinterpretato simboli, narrazioni e rituali ebraici in chiave nazionalista. Zerubavel mostra come la memoria religiosa — ad esempio quella dell’Esodo o della distruzione del Tempio — venga trasformata in narrazione fondativa del progetto sionista, articolando una continuità simbolica tra Bibbia, diaspora e Stato moderno. Il suo approccio ha avuto un impatto significativo negli studi sulla memoria post-traumatica, sullo spazio sacro e sulla funzione rituale nella costruzione dell’identità collettiva.
Infine, è da ricordare il contributo dello storico Yosef Hayim Yerushalmi che, nel saggio Zakhor. Storia ebraica e memoria ebraica (1982), ha analizzato in modo originale il rapporto degli ebrei con la memoria del loro passato. Yerushalmi distingue fra la memoria tradizionale, religiosa e ritualizzata, e la storia, come disciplina moderna. L’istituzione del Giorno della Memoria e il crescente ruolo del testimone nella storiografia del Novecento hanno amplificato il dibattito su questo tema.
Il ciclo di seminari previsto nel corso dell’a.a. 2025-2026 e 2026-27 si propone di esplorare queste tematiche da una pluralità di prospettive — spaziali, temporali e metodologiche. Particolare attenzione sarà dedicata alle riflessioni teoriche più recenti su memoria e religione, allo sguardo cristiano sulla memoria e alla rilettura della storia ebraica nella ridefinizione dei rapporti tra ebraismo e cristianesimo. L’obiettivo è riflettere sia sulle dinamiche di alterità tra i due monoteismi, sia sulle modalità con cui la memoria ebraica è stata rielaborata nella costruzione delle identità religiose e politiche moderne.