Una «terza istruzione»

  

  Oggi, se le neuroscienze e la bioetica costituiscono un ponte privilegiato fra le cosiddette “due culture”, è nondimeno tutta la scuola clinica, centrata sulla cura del malato e sull’alleviamento delle sue pene, a essere interpellata da questi percorsi (che, al modo di Michelle Serres, costituiscono una sorta di terza istruzione). La parola che cura, la parola che consola, la parola che salva (il Decameron di Boccaccio si apre con un’affermazione lapidaria: «Umana cosa è aver compassione degli afflitti»), vengono così a toccare il centro stesso, la scaturigine antropologica delle arti, che, alla loro radice, sono e restano una terapia del dolore, una sospensione e un ripensamento – nella bellezza che li trascende e trasfigura ˗ dei dolori della storia individuale e collettiva. Questa latitudine di orizzonti induce a sperare che le Medical Humanities, che promuovo competenze trasversali, possano essere un punto di incontro e di dialogo, un crocevia tra il mondo tecnologico-scientifico e quello umanistico.